Ogni tanto prendo la pausa sigaretta, o caffè, o birretta. E’ una pausa, ci faccio quel che voglio. Svagando la mente, mi sono ricordato di quando, due anni fa, credo, ho avuto il piacere di conoscere due persone straordinarie specializzate in linguistica durante un evento sul futuro e l’innovazione. L’incontro è stato la fase finale di quello scambio di conoscenza che avviene prima sui social e poi nella realtà, con tutte le conseguenze del caso.

L’incontro, all’interno di uno spazio da moto carbonaro in una libreria storica, aveva come tema l’evoluzione della lingua utilizzata sui social, il suo sdoganamento ed evoluzione a causa della “compulsività” con cui guardiamo lo schermo dello smartphone per chattare e rispondere. Le loro riflessioni sono state e sono ancora stimolanti per chi guarda al linguaggio come anche una struttura di espressione del proprio modello mentale.

Da lì ho tratto alcuni importanti insegnamenti e considerazioni per “leggere attraverso” e anche con “occhiali nuovi” i vari commenti e like ad ogni post, spesso variando le chiavi di lettura del linguaggio, della terminologia utilizzata, del bisogno di un vocabolario più ricco, evoluto e a tratti complicato e allargato, democratico.

Di un linguaggio dell’innovazione se ne sente il bisogno, tanto da generare un dizionario: ogni nuova fase della tecnologia ne genera uno, come prima era accaduto per Internet. Per una lingua in evoluzione e sdoganata, ora più che mai accelerata dalla compulsività e dalle rivoluzioni costanti, avere un dizionario è un punto di partenza e di arrivo per ogni direzione, una pietra miliare con cui si deve fare i conti.

Il dizionario oggi agisce chimicamente come cartina al tornasole per la misura del grado di fuffa o come perimetro di ghettizzazione: un po’ come parlare del classico segreto di Pulcinella.

Pulcinella ha un segreto che conoscono tutti gli appartenenti alla sua cerchia, e su di esso si costruisce una intera vita per ciascuno abbia una relazione più o meno diretta con lui. Per esservi ammesso, l’esame di iniziazione consiste in intuire e conoscere questo segreto. Pulcinella è un archetipo, persona o gruppo di persone, socialmente – toh, guarda! che coincidenza! spuntano i social! – riconoscibile per uno status che si esprime per condivisione di contenuti, linguaggi, comportamenti. Proprio questo insieme detta anche il perimetro di relazione: “capisci tu di bitcoin? No? E di che parli?” può essere un esempio. Ma a “bitcoin” possiamo sostituire tutto quello che vogliamo, una delle numerose parole innotecnologiche – beh, la lingua si evolve, anche io posso creare “parole macedonia” – da “growth hacking” ad “approccio lean” etc.. Se il rito di iniziazione è compiuto e a quale prezzo, allora si fa parte della cerchia. Oppure ne sei fuori. Il perimetro di ghettizzazione.

Ho riscontrato sui social come l’appartenenza a determinati gruppi ha generato una metrica del processo mentale versione Pulcinella. Si viene generalmente ammessi, a pena occasionale di qualche insulsa domanda; si deve possedere il linguaggio del gruppo, spesso volgarmente italianizzato mutuandolo dall’inglese e sapere che ogni cosa è perfettamente definita semanticamente. O sei newbie, appena entrato, di primo pelo, e quindi devi lurkare, per imparare la terminologia. Ti serve il dizionario dei vocaboli.

Allo stesso tempo, accade una cosa curiosa: in molti casi non c’è molto di innovativo, anzi parliamo di reinterpretazioni di concetti obsoleti, stratificati quanto abbandonati dalla prassi comune cui è stato fatto un intervento alla Frankienstein: il guru di turno li ha fatti risorgere, li ha elevati al sommo rango e se poi sono ripescati post mortem del Vate e rivalutati si aggiunge un’aura di mito di cui i degni discepoli sono rivestiti. Perché Illuminati. Fuffa quindi?

Certo. Per le nuove generazioni, cui l’intero processo di genesi dell’argomento non interessa, incluso la sua morte avvenuta per evoluzione naturale. Così ci si ritrova a prendere misure e distanze, gradi di anzianità – non solo anagrafica – e stabilire che le competenze acquisite sul dato esperenziale sono lo spartiacque tra chi ha letto il manuale di quarant’anni fa e chi invece approfondisce e sperimenta quotidianamente. Il linguaggio segna perché le parole sono semi. Perché in definitiva molti processi sono simili o analoghi ed è solo cambiato il timing. Sono da “respiro corto”, quasi da crumiri.

Provate ad essere un apprendista operaio accanto ad uno iperspecializzato. Cambia eh? La preparazione scolastica non è stare sul campo. La preparazione scolastica non ti abitua ai turni, all’attenzione costante, alla ricorsività delle operazioni, all’approccio con il cliente, il tuo boss, il tuo capo, il tuo collega e il tuo mondo tutto intorno al lavoro, alle pause e all’apnea sino alla sirena. Così il linguaggio è regola, è scambio, limite, separazione.

Beh, la birretta è finita. La pausa anche. Torno al mio lavoro.