I colossi del web, ovvero quei siti a cui ci affidiamo ogni santo giorno per la ricerca del negozio più vicino o semplicemente per condividere contenuti multimediali, ci conoscono come le loro tasche. C’è chi pensa che sia magia, chi è convinto che i nostri telefoni “ci ascoltino” mentre sono quiescenti. La verità è che ogni giorno diffondiamo, più o meno volontariamente, una quantità di informazioni su di noi che possono essere usate a scopo pubblicitario.

Che cosa sanno veramente Google, Facebook, Instagram e compagnia cantante sul nostro conto? Quali dati riescono ad acquisire, e soprattutto – come li trattano e come vengono elaborati? Sono domande che, da fruitori dell’Internet, è sempre bene farsi almeno una volta nella vita. La consapevolezza è il primo passo verso la sicurezza online.

Ormai la questione della privacy online la discutono anche i muri, e l’unica verità alla fine della fiera è che il vero garante della nostra privacy siamo noi. Le autorità possono aiutarci con delle leggi adatte a darci una mano, ma l’unica cosa che possiamo fare davvero è quella di imparare ad evitare di divulgare troppo.

Senza scadere nel complottismo becero, dunque, che cosa sanno di noi le big tech che magari non vorremmo sapessero?

Quello che abbiamo detto a Facebook

Vuoi sapere quello che hai comunicato a Facebook nel corso degli anni che lo hai utilizzato? Oltre a poter scorrere la tua bacheca, potrai anche con estrema facilità andare a scaricare sul tuo computer le informazioni sul tuo account.  Sostanzialmente, Facebook conserva da qualche parte sui suoi server un archivio completo dedicato ad ogni singolo utente: una banca dati che conserva tutte le informazioni che gli abbiamo dato con più o meno consapevolezza.

L’idea ti fa un po’ paura? Vai su Impostazioni à Privacy e sicurezza à Le tue informazioni su Facebook à Scarica le tue informazioni. In questo modo potrai avere una panoramica di quello che il social media sa di te. Ti verrà inviata una cartella in formato .zip (ovvero compressa) con tutti i post, le foto, i cambiamenti di stato, i commenti, i likes, gli inviti, gli eventi e addirittura i messaggi privati.

La cosa più interessante è che questo mare magnum di informazioni conterrà anche ciò che hai intenzionalmente cancellato. Ebbene sì: se hai scritto qualcosa e lo hai eliminato poco prima della pubblicazione, l’informazione resterà comunque nel database di Facebook. In pratica, questo social media non si limita a registrare i fatti, ma anche le intenzioni. Una scoperta non da poco.

La ciliegina sulla torta è che Facebook fa tutto ciò in piena legalità. Quando, durante la registrazione, abbiamo accettato i termini di contratto – cosa che non potevamo esimerci dal fare se volevamo il nostro account – abbiamo involontariamente dato il consenso a questo accumulo di dati sul nostro conto.

Un’altra cosa che di certo abbiamo fatto è quello di scaricare l’applicazione smartphone del social media. Se ricordi, ti è stato chiesto di condividere con lei non solo il tuo numero di telefono (per motivi di sicurezza, tra le altre cose), ma anche la tua intera rubrica. Insomma: se questa miniera di dati viene definita petrolio digitale, non è un caso. I colossi e le big tech sanno tutto di noi, dal nostro peso alla nostra età, fino ad arrivare a tutto quello che abbiamo anche solo pensato di poter pubblicare.

Quello che abbiamo detto a Google

Ora che sai quello che hai diffuso su Facebook, prova anche solo a immaginare la quantità di informazioni che Google sa di te. Google ti conosce meglio di tua madre.

Puoi scaricare i tuoi dati di Google attraverso Takeout, sistema rilasciato nel 2008. Da qui non solo potrai scaricare le tue informazioni, ma addirittura eliminarle.

Google è il nostro go-to per tutti i dubbi e i quesiti che ci vengono durante la giornata. Spesso ci rivolgiamo a Google anche per raggiungere i siti web che conosciamo meglio (es: Ansa, o altri quotidiani) per non dover inserire l’URL che magari ci dimentichiamo sempre di aggiungere ai preferiti. Google salva le nostre ricerche, le nostre email, il calendario, le mappe, le foto che carichiamo, lo streaming video, i telefoni cellulare e il browser che utilizziamo.

Le informazioni a tua disposizione si trovano nel tuo account personale, e di solito Google, consapevole del suo oscuro potere, aiuta l’utente a tenere sotto controllo gli accessi e impedire movimenti non autorizzati. Questa tutela ha un prezzo: Google ti segue attentamente.

Nel menù di Gestione delle tue attività c’è un archivio che contiene le nostre abitudini. Nella sezione “Personalizzazione degli annunci” c’è l’elenco dei nostri interessi, che passa dal GPS fino ad arrivare a ciò che guardiamo su YouTube. Google sa dove andiamo, quando ci spostiamo e, se lo abbiamo segnato sul calendario, perché.

Non ti spaventare: sei stato tu a dare il permesso a Google di farlo, quando hai accettato di creare un account.

In che modo il GDPR può tutelarmi da questo torrente di info in uscita?

L’informativa sulla privacy è un labirinto del Minotauro da cui con difficoltà se ne esce sani di mente. Il GDPR è una guida molto primitiva che fornisce una tutela di qualche tipo ai nostri dati per cui la legge applicabile è quella del soggetto i cui dati vengono raccolti. Le piattaforme web devono dunque sottostare alla normativa europea, il che è un bene – non fosse che quando la comunicazione è stata data ai colossi big tech, la notizia non è sembrata loro particolarmente sconvolgente. Tutto l’opposto: Facebook ha lodato la normativa comunitaria definendola un modo per giocare d’anticipo, investendo ancora di più nella privacy e andando anche oltre gli obblighi sanciti dalla legge.

La questione della privacy online è ancora aperta e in acceso dibattito. C’è chi vorrebbe una data di scadenza digitale delle informazioni, mentre chi vorrebbe una cancellazione definitiva dei dati. Come verrà risolta la faccenda? Difficile saperlo con esattezza: ci aspettiamo che la soluzione sarà complessa, e che le big tech collaborino gomito a gomito con i legislatori per ottenere una normativa davvero efficace e capace di tutelare gli interessi dei privati cittadini.